19 Febbraio 2025
Tuttз si sono sentitз dire di fare presto con lo studio in università, di non perdere tempo, come se l’esperienza universitaria fosse solo un fastidio di cui liberarsi velocemente, come se la vita fosse qualcosa di diverso dallo stare in università, qualcosa che arriva solo dopo l’università. A tuttз è stato trasmesso il pensiero che lo studio debba servire soltanto a trovare un impiego lavorativo più remunerativo e che, per questo motivo, i corsi di laurea scientifici siano sempre da preferire a quelli umanistici.
Ma stare in università e viverne l’ambiente ha fatto capire che c’è qualcosa di un po’ più importante da fare nella vita: costruire se stessз e non essere soltanto spendibilз per il mondo del lavoro. Lo studio è, allora, diventato anche qualcosa di più personale, perciò sarebbe auspicabile maggiore libertà in questo, e non continuare ad essere oggetto di giudizio di chi forse non ha capito cosa davvero anima moltз studentз.
È utile far presente che la logica delle istituzioni universitarie è puramente economica: i fuori corso sono un problema per le università soltanto perché i fondi che ottengono sono in relazione a chi è in corso (e infatti i fuori corso non usufruiscono della no tax area) ma è tutto qui. La pressione esercitata dalle università ai danni dellз studentз universitarз è data soltanto dalle proprie esigenze economiche. Quello che viene trasmesso allз studentз è l’etichettamento di una categoria che, però, nei fatti, non ha alcun significato nè effetti sul mondo del lavoro. Ma l3 student3 spesso non hanno consapevolezza di questo e quindi finiscono per interiorizzare l’idea che essere fuori corso sia qualcosa di estremamente negativo. Un giudizio che finisce per ricadere sulla persona stessa, che quindi si sente giudicatǝ, marginalizzatǝ e sbagliatǝ.
A questo si aggiunge, la propensione che le testate giornalistiche stanno mostrando verso la pubblicazione di notizie relative a lauree conseguite in tempi record e frutto di abbreviazione di percorso. È utile ricordare che spesso sono proprio le persone che conseguono questi titoli a proporre l’intervista alla singola testata. I consigli che queste persone sentono di voler fornire denotano soltanto superficialità: non dormire, o farsi sopraffare dalla passione (come se lз altrз non l’avessero) sono suggerimenti tossici che non fanno altro che amplificare la tensione verso lo studio. È proprio il ridurre tutto a una competizione che genera ansia e timore. I giornali, allo stesso modo, si prestano a narrazioni di questo tipo perché sono fermi all’idea che l’università sia solo un esamificio utile ad ottenere il pezzo di carta. E che maggiore sia il numero dei pezzi di carta, o minore il tempo in cui sono stati conseguiti, maggiore sarà l’autorevolezza di quella persona.
È il momento di dire che se c’è qualcosa di sbagliato qui, è il sistema (informativo e universitario) che non capisce che è cambiato il modo di guardare allo studio, all’esperienza universitaria, alla propria formazione e anche al lavoro stesso. I luoghi di formazione accademica non sono più visti come esamifici in cui emergere soltanto per gli esami sostenuti o per la rapidità mostrata nell’accumulare crediti formativi. L’università è per moltз diventata la possibilità di costruire se stessз attraverso e oltre gli esami inseriti nel proprio percorso di studio. E se c’è qualcosa di sbagliato in questo, è il sistema che non lo capisce.