18 Dicembre 2023
Il possesso di una sede in ateneo sembra essere la conditio sine qua non affinché un’associazione studentesca si dica tale all’interno dell’Università, soprattutto per quelle realtà che hanno fatto del “Vivere il campus” un punto cardine della propria campagna di comunicazione. Tutto quello che si può fare in università, se si ha una sede, lo determina l’accesso allo spazio, abitato dalle comunità che lo attraversano con le loro istanze e le loro esigenze. Questo a patto che i luoghi, nel tempo, abbiano la possibilità di cambiare. Cosa succede se a non mutare mai sono, non tanto le strutture, ma le modalità di accesso a queste? In questo caso, a non cambiare è la schiera di requisiti utili per arrivare a possedere quelle stanzette disposte nei corridoi e assegnate ogni due anni alle associazioni tramite un bando.
Tante volte gli studenti si sono domandati perché le elezioni studentesche fossero così sentite da molti, la risposta è proprio questa. Il requisito primario per ottenere una sede è il possesso di rappresentanza attiva all’interno degli organi accademici. Dieci punti ad ogni rappresentante eletta/o negli organi apicali: Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione. Quest’ultimo è lo stesso organo designato per concedere le assegnazioni delle sedi. Chi non possiede rappresentanti eletti agli organi apicali può partecipare al bando fornendo almeno cinque rappresentanti in almeno cinque commissioni paritetiche Docenti-Studenti. Un obiettivo complesso da perseguire e che ha portato all’esclusione dal bando l’associazione studentesca Agorà che ha, per questo motivo, fatto ricorso contro l’università.
Le associazioni estranee alle dinamiche della politica universitaria si contendono un esiguo dieci per cento, diviso tra quelle che per Statuto non concorrono alle elezioni e quelle di carattere nazionale. In una percentuale così ridotta, la preferenza è chiaramente rivolta a quelle organizzazioni di più ampio respiro. La graduatoria è una chiara rappresentazione di un criterio d’accesso poco inclusivo che favorisce unicamente la rappresentanza. Chi si occupa di università con costanza portando il proprio contributo attraverso il dialogo e il dibattito, quello spazio, di bando in bando, non lo guadagna. Le associazioni che non concorrono alle elezioni ottengono finanziamenti, organizzano eventi, formano e informano la comunità studentesca, ma vengono invisibilizzate da un metodo di valutazione fallace che non tiene conto della diversità delle realtà associative presenti in ateneo. La libertà non è uno spazio libero, ma è partecipazione soltanto se la possibilità di partecipare è, per tutte le comunità, un’opzione realizzabile.
Articolo tratto dal bollettino UNISA, MA TUTT’APPOST?