Non sono fragilità nascoste, ma indotte

19 Febbraio 2025

In merito a quanto accaduto negli scorsi giorni, c’è chi ha voluto parlare di “fragilità nascoste”.

Ma parlare di “fragilità nascoste” significa colpevolizzare. Significa lasciar intendere che lo studento in question non sia stato abbastanza forte/resistente nell’affrontare le difficoltà universitarie, o (come altrɜ hanno lasciato intendere) che si sia arreso, che non abbia chiesto aiuto. Tutto questo è sbagliato. Non soltanto perchè si pensa di poter parlare a nome di qualcuno che non si conosce e che ha provato cose che noi non stiamo provando, ma anche perché sposta del tutto il fulcro dell’attenzione: l’università non dovrebbe essere un luogo in cui morire, nè in cui lottare nè in cui chiedere aiuto.

L’Università dovrebbe essere un luogo di crescita personale. Se lɜ studentɜ che si iscrivono in università hanno paura di andare fuori corso, c’è evidentemente un problema di reputazione di questa categoria. È proprio questo che innesca la paura in tantissimi studentɜ, che non è ansia, ma proprio terrore e attacchi di panico.

Perché la colpa dovrebbe essere di chi vive queste emozioni e non del sistema che genera queste emozioni attraverso l’imposizione di tempistiche che chiaramente abbattono l’individualità dellɜ studentɜ? Perché il non essere veloci dovrebbe essere considerato una fragilità? Perché non è possibile mettere in discussione un sistema che pretende performance più che reale crescita personale? Perché sono lɜ studentɜ ad essere considerati la parte sbagliata di questo ingranaggio? Perché l’istruzione deve essere un mero servizio di cui usufruire passivamente e non un reale percorso formativo? Perché è sbagliato voler vivere l’università come luogo di crescita e non come un esamificio?

Lo studente in questione non è più fragile di noi. È fragile esattamente come noi. È uno di noi. E siamo tuttɜ fragili e inadeguati all’interno di un sistema che ci vede solo come numeri o che non ci vede affatto.

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