Pretendere lo stesso numero di associatɜ non è uguaglianza

2 Aprile 2025

L’Università degli Studi di Salerno ha istituito, l’11 marzo, il nuovo Albo delle associazioni studentesche (a cui si dovrà aggiungere l’aggettivo “accreditate”) e un nuovo Regolamento che disciplina i termini di iscrizione delle realtà associative.

Nel farlo, l’Ateneo si è affidato al Regolamento che già altre Università stanno adottando, implementando un sistema di iscrizione all’Albo che dovrà avvenire tramite la piattaforma online di Pica.Cineca.

Dal momento che le Università sono enti che dispongono di autonomia, il Regolamento che è stato adottato non è stato passivamente recepito, ma anche vagliato, modificato e infine approvato dal Consiglio di Amministrazione, dove siede anche la rappresentanza studentesca di Progetto Unisa e Studenti Unisa.

Ciò che, ad esempio, distingue il Regolamento dell’Università Federico II da quello di Unisa, entrambi derivanti dallo stesso modello, è che l’Università di Napoli richiede lo status di studentə in corso per ricoprire le cariche sociali di un’associazione, mentre l’Ateneo di Salerno soltanto l’iscrizione in regola dellɜ studentɜ. Unisa, quindi, non impedirà ai fuori corso di appartenere agli organi di Direttivo delle realtà studentesche: un’integrazione indubbiamente necessaria per non limitare l’esperienza associativa di studentɜ fuori corso.

Tuttavia, il Regolamento approvato dall’Università degli Studi di Salerno opera una discriminazione indiretta ai danni delle realtà socio-culturali, ossia di tutte le associazioni che non concorrono alle elezioni. Le associazioni studentesche, infatti, sono già presenti e attive in Università da anni e già da anni è perpetrato un sistema che pone su piani diversi le realtà dedite alla rappresentanza studentesca dalle realtà dedite ad attività socio-culturali: le prime hanno a disposizione il 90% degli spazi messi a disposizione tramite Bando Spazi, a cui si aggiunge l’uso di gabbiotti; le seconde, invece, hanno a disposizione un esiguo 10% di spazi tramite Bando e nient’altro. Nel momento in cui le realtà di rappresentanza godono di un maggiore riconoscimento da parte dell’Ateneo e di una maggiore visibilità dentro i Campus, pretendere dalle realtà socio-culturali lo stesso numero di associatɜ delle realtà di rappresentanza non è parità di trattamento. Pretendere le stesse prestazioni da chi ha minore mezzi e minore riconoscimento è proprio quello che si definisce discriminazione indiretta.

50 associatɜ di associazioni di rappresentanza non sono la stessa cosa di 50 associatɜ di associazioni socio-culturali. Le realtà di rappresentanza sono solite ottenere numeri ben più alti, per cui per la loro categoria è stato preso in considerazione un numero facilmente raggiungibile e anche se dovessero esservi realtà di rappresentanza più piccole, queste sarebbero aiutate da altre realtà di rappresentanza nell’ottica di appartenenza alla stessa coalizione. Inoltre, spesso lɜ studentɜ che aderiscono ad una determinata associazione di rappresentanza lo fanno perché riconoscono quell’associazione come la realtà di riferimento del proprio corso di laurea. Chi, invece, svolge attività culturali spesso non è espressione specifica di un corso di laurea, ma è una realtà che si propone di fare un certo tipo di attività in un certo modo. Sono, quindi, realtà trasversali a cui si aderisce per condivisione di progetto e non per condivisione di corso di laurea. In virtù di questo, le realtà socio-culturali concorrono allo sviluppo culturale dell’ambiente universitario indipendentemente da quanti associatɜ abbiano. Riconoscere la validità delle attività soltanto quando si è in 50 significa anteporre il requisito della numerosità a quello della validità del progetto.

Un approccio che prendesse seriamente in considerazione l’intero sistema delle realtà associative dell’Università, avrebbe operato una differenziazione: se lɜ associatɜ delle realtà socio-culturali devono essere 50, allora quellɜ delle realtà di rappresentanza devono essere 100; oppure se lɜ associatɜ delle realtà di rappresentanza devono essere 50, allora quellɜ delle realtà socio-culturali devono essere 25.

Pretendere 50 associatɜ da tutte le realtà, pensando in questo modo di operare un’uguaglianza, è sbagliato se si lascia vigente un sistema di attribuzione degli spazi dove le realtà vengono distinte e ad alcune viene messo a disposizione il 90% degli spazi e ad altre soltanto il 10%.

Inoltre, il Regolamento impone l’appartenenza, in qualità di associatə, ad una sola associazione studentesca: una limitazione sensata per le realtà che svolgono attività di rappresentanza dal momento che, di solito, si è rappresentanti in un solo corso di laurea o dipartimento, ma non per le realtà socio-culturali che, essendo tali, non rischiano di andare in contraddizione con i progetti associativi di altrɜ.

L’iscrizione all’Albo non è più una formalità, ma costituisce requisito essenziale per la partecipazione al Bando Spazi e al Bando relativo alle iniziative culturali, quindi la difficoltà che le realtà socio-culturali riscontreranno potrebbe, a tutti gli effetti, costituire limitazione delle proprie attività in Ateneo.

La disparità è perpetrata anche quando tutte le associazioni di rappresentanza, per via della loro appartenenza a una coalizione, sono messe nella condizione di conoscere con anticipo i contenuti del Regolamento che, invece, le associazioni che non fanno rappresentanza apprendono solo tramite pubblicazione sul sito di Ateneo. In un’università consapevole delle diverse soggettività, la rappresentanza eletta in Consiglio degli Studenti avrebbe portato il tema del nuovo Regolamento all’interno dell’organo e provato a coinvolgere anche le realtà che non fanno rappresentanza. Perché il detto secondo il quale lɜ elettɜ sarebbero rappresentantɜ dellɜ studentɜ e non delle associazioni non fa altro che invisibilizzare chi in Ateneo lavora e che immeritatamente viene oscuratə solo perché ha scelto come finalità di aggregazione un obiettivo diverso da quello della rappresentanza studentesca. 

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